Meloni vuole limitarsi a gestire il potere, perché non ha un progetto per l’Italia

 

Con poche carte da giocare sul fronte interno cerca alleanze fuori dalla coalizione governativa anche se lei non ha nessuna influenza sulla scena internazionale, la premier si rintana nell’amministrazione giorno per giorno senza ambizioni. Ma se non si dà una mossa, la seconda metà del mandato sarà una lunga stagnazione tutta chiacchiere e delusioni
Quando nel marzo del 1959 nel Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana i cosiddetti dorotei elessero Aldo Moro segretario del partito immaginavano una leadership debole che non avrebbe portato grandi novità nella vita del Paese. Pensavano, i sonnacchiosi moderatissimi democristiani, che Moro fosse come loro, grandi facitori di un innocuo tran tran che mai avrebbe prodotto svolte o scossoni. Si sbagliavano, com’è noto.

Quasi settant’anni dopo quel fiumiciattolo sotterraneo del doroteismo, cioè il primato della mera gestione del potere, pare riaffiorare tra le pieghe degli eredi del post-fascismo, che però per indole dovrebbero essere bellicosi e animati da spiriti ribelli. Macché. Dopo qualche iniziale fumogeno – a partire da tutta la sarabanda dell’egemonia culturale – la fantasia di Fratelli d’Italia è andata spegnendosi, e la sua leader sembra rintanarsi nel cantuccio della gestione giorno per giorno senza respiro e senza sogni.

Dunque due giorni fa Giorgia Meloni ha comunicato, con un un video autocelebrativo, di voler puntare sulla durata del suo governo ormai proiettato verso il compimento della legislatura. E in effetti nulla potrebbe costringerla alle dimissioni, se non lei stessa. Le elezioni in varie regioni d’Italia andranno per lei male (lo spettro del 4-1), ma ammettiamo che ne esca indenne. Dopodiché la domanda è semplice: ora che hai superato la boa della prima metà della legislatura, che fai? Quale sarà il senso dei prossimi due anni di governo? Lei questo non lo dice. Perché non sa cosa dire.

Fin dall’inizio del suo mandato, Meloni ha pensato di ritagliarsi uno standing internazionale come nessun presidente del Consiglio prima. C’era quasi riuscita, grazie a una linea ferma sull’Ucraina e soprattutto sfruttando la contemporanea crisi di leadership di Joe Biden, Emmanuel Macron, Rishi Sunak, Olaf Sholz e anche Ursula von der Leyen: solo lei, giovane e grintosa, pareva in qualche modo brillare nel contesto internazionale. Poi la situazione è precipitata. E lei si è inventata questo fantomatico ruolo di “ponte” tra l’Europa e Donald Trump. Ma l’idea ha retto due settimane. Per il semplice fatto che la drammaticità della situazione ha richiesto e richiede scelte chiare, mentre lei non sa decidere nulla, come ha lasciato intendere giovedì Sergio Mattarella con un discorso che i giornali hanno fatto finta di non vedere in tutte le sue implicazioni.

Nelle ultime ore Meloni si è tolta la maschera di europeista mettendosi contro Macron e Keir Starmer, quindi autoescludendosi dai volenterosi per stare, come li ha soprannominati Antonio Polito, tra gli svogliati, e in più sposando in un’imbarazzante intervista al Financial Times le violente tesi di J.D. Vance appunto contro l’Europa.

Probabilmente pensa che un Trump padrone del mondo un giorno la ricompensi sul piano economico e per ora se lo ingrazia: calcolo non solo cinico, ma scritto sull’acqua. Inutile sulla scena internazionale, la premier non ha carte da giocare nemmeno sul piano interno. Chi ritiene che possa fare qualche mossa inedita per smuovere le acque della politica italiana resterà deluso: per come è fatta, culturalmente e psicologicamente, Meloni non riesce a guardare oltre i confini del centrodestra e dunque è impensabile che si renda protagonista di una nuova stagione politica.

Non ha soldi da spendere e quelli che ha non li sa utilizzare (la grana sul Pnrr, peraltro in mano a uno che non ne mastica come Tommaso Foti, è bella grossa), sicché non vedremo né spinte alla produttività né tantomeno misure sociali significative. Sulle riforme istituzionali, Meloni ha rilanciato il premierato, una riforma che dovrebbe cristallizzare la sua leadership per anni a detrimento della figura del Presidente della Repubblica. Ma non è affatto detto che il progetto di una donna sola al comando fili liscio come l’olio: si potrebbe persino determinare una convergenza di fatto tra Antonio Tajani e Matteo Salvini per far finire la legge su un binario morto. E infatti lei ha in mente – ne ha scritto qui Amedeo La Mattina – uno strumento diverso e più efficace: una legge elettorale che porti il cinquantacinque per cento dei seggi al polo obbligato a indicare il nome del premier sulla scheda che consegue il quaranta per cento dei voti. Però questo è puro politicismo. Ingegneria istituzionale. Quello che manca è il progetto. Manca il sogno. Ora che hai preso Palazzo Chigi che te ne fai? Prepariamoci perciò a una stagnazione di due anni fatta di un tran tran tutto chiacchiere e potere. Molto peggio dei dorotei.

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