La mossa di Mediobanca per rimettere a Cuccia gli amici del governo Meloni

 

La banca d’affari milanese difende l’indipendenza di Generali dagli appetiti romani, come fece più volte il grande banchiere di Via Filodrammatici, con un’operazione industriale che svuota la partecipazione nella compagnia assicurativa e depotenzia l’assalto di Caltagirone e degli eredi Del Vecchio.

L’offerta lanciata il 24 gennaio scorso, con la quale il Monte dei Paschi vuole conquistare Mediobanca, è stata interpretata da più parti come il tentativo finale di Francesco Gaetano Caltagirone e degli eredi di Leonardo Del Vecchio (Delfin) – grandi azionisti sia di Mps, sia di Mediobanca – di prendere il controllo delle Assicurazioni Generali, di cui pure sono soci, ma senza poteri. 

Caltagirone e Delfin hanno perso tutti gli assalti lanciati finora alle Generali, compreso l’ultimo del 24 aprile, respinti dal mercato e dalla stessa Mediobanca che, forte della storica quota del tredici per cento nel capitale del Leone, ha sempre catalizzato il voto dei grandi soci istituzionali, fondi comuni pensioni vincendo così tutte le battaglie assembleari. 

Ecco allora la grande idea del gennaio scorso: prendere le Generali passando dalla strada più lunga, cioè dalla conquista di Mediobanca, utilizzando il cavallo di Troia dell’Ops (offerta pubblica di scambio) di Mps. Ed ecco che ieri è arrivata la contromossa milanese: difendere la compagnia dall’assalto romano togliendo da Mediobanca il tredici per cento delle Generali. Risultato: quello che Delfin e Caltagirone volevano prendere dall’alto, gli viene ora sfilato dal basso.

Questo è il senso dell’operazione annunciata ieri dal numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel: un’offerta di scambio sul cento per cento di Banca Generali, società di asset management controllata al 50,1 per cento da Generali, da onorare utilizzando le azioni delle stesse Generali (il tredici per cento) detenute da Mediobanca. I due valori, alla chiusura del mercato di ieri sera, erano molto simili: 6,5 miliardi per il tredici per cento di Generali; sei miliardi per il cento per cento di Banca Generali (dopo l’annuncio). 

Se l’operazione va in porto, la futura Mediobanca si fonderà con Banca Generali in un gruppo definito ieri da Nagel «Pib» (Private investment bank), senza più azioni Generali ma con un forte accordo industriale tra Milano e Trieste. L’operazione era sul tavolo già 5 anni fa e adesso prende forma, forse anche per l’incalzare degli eventi, ma non solo.

Mentre Mps, se ancora vorrà e riuscirà a conquistare Mediobanca, troverà qualcosa di diverso rispetto al 24 gennaio scorso: non più la scatola del tredici per cento di Generali, bensì, per l’appunto, una «Pib». In quanto a Caltagirone e Delfin, resteranno comunque i maggiori azionisti di Mediobanca, direttamente o a valle dell’offerta di Mps.

Naturalmente le cose sono più complicate. Questa è una sintesi. La battaglia è appena iniziata e gli esiti dipenderanno da tante variabili, indecifrabili al momento. Tra tutte, giocherà un ruolo decisivo il mercato, vale, dire tutti gli azionisti grandi e piccoli di Mediobanca. E poi anche il governo Meloni, che è il promotore dell’Ops di Montepaschi, di fatto schierato con Caltagirone e Delfin, e che ha mostrato di cosa può essere capace il golden power. Avvocati, consulenti, banchieri d’affari, authority e forse anche i tribunali amministrativi completeranno il quadro dei prossimi mesi, almeno fino a settembre-ottobre. In ogni caso dalla mossa di Nagel di ieri, 28 aprile 2025, passa il fil rouge del capitalismo italiano del dopoguerra.

Il sessantenne banchiere milanese è l’ultimo delfino di Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca nell’Italia del 1946. E oggi prova ad agire avendo lo stesso obiettivo perseguito da Cuccia per tutta la sua vita, fino alla scomparsa nel 2000: garantire l’autonomia delle Generali. Nell’Italia distrutta del dopoguerra il ruolo di Mediobanca fu quello di creare un sistema finanziario che garantisse il capitale per lo sviluppo industriale privato, in un ambito democratico. Fondamentale, a questo scopo, era anche il ruolo dell’unico polmone finanziario di dimensioni e peso internazionale. Ed era decisivo che le Assicurazioni Generali fossero a controllo nazionale, indipendenti e impermeabili agli appetiti della politica o anche peggiori. 

Non a caso Mediobanca è sempre stata assediata da chi nel Palazzo mal tollerava di dover tener conto di un potere forte, laico e che non fosse romano. E che con il passare del tempo si identificava sempre di più con il mercato finanziario. Non piaceva né a un democristiano conservatore come Giulio Andreotti, né a un cattolico democratico come Romano Prodi. Ma il modello ha sempre resistito agli attacchi di vario tipo e con esso pure il fortino costruito da Cuccia a Trieste, intorno alle Generali. Gestite attraverso alleanze, anche internazionali, a volte discutibili, ma senza che il timone sfuggisse mai di mano a via Filodrammatici. È in questa chiave che, anche in questo secolo, non sono mancati gli attacchi al tesoro delle Generali. Come quello avvenuto dopo la scomparsa di Cuccia, da cui è emersa proprio la figura di Nagel, manager meno che quarantenne, abile però a non farsi manipolare. 

O come accaduto qualche anno dopo con l’approdo del banchiere romano di rito andreottiano, Cesare Geronzi, al vertice di Mediobanca e Generali, a cavallo tra il primo e il secondo decennio di questo secolo, in sintonia con il governo Berlusconi uscito più forte che mai dalle elezioni del 2008. Anche in quel caso si trattò di un tentativo di indebolire l’autonomia della compagnia triestina, che gestisce seicento miliardi di asset degli assicurati, tra cui una trentina in Btp. Tentativo respinto già allora da Nagel, come adesso cerca di respingere quello, molto più importante perché effettuato da chi ci ha messo il proprio capitale, di Caltagirone e Delfin.

Che Nagel sia oggi come allora spinto da sincera convinzione, opportunismo o dalla paura di perdere la poltrona, non si può dire con certezza. Ma due considerazioni si possono fare. La prima è che in ogni caso una mossa come quella di ieri, che punta a creare per Generali un futuro di indipendenza assoluta da ogni interesse di parte, risponde alla stessa passione che ispirava il pensiero di uno come Cuccia. La seconda è che non si possono fare operazioni come questa proposta ieri o come quella della riconferma del cda delle Generali guidato da Philippe Donnet contro il volere di Caltagirone e Delfin, se non si ha l’appoggio di tutti gli altri azionisti della società. Cioè del mercato. 

Se per Cuccia questo era un aspetto ancora trascurabile, visto che allora le azioni si pesavano e non si contavano, oggi non è più così. I giochi sono globali, le cifre enormi, per cui anche un Caltagirone che ha investito in Generali tre virgola cinque miliardi, con un Del Vecchio che ne ha messi quasi cinque, insieme non valgono i rimanenti quarantuno virgola cinque. Ma per avere i loro voti devi dimostrare di agire nell’interesse di tutti i soci, e conquistare la loro fiducia. E questa è la scommessa con cui Mediobanca punta a durare a lungo anche in questo ventunesimo secolo.

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