Renzi: “Altro che regista su guerra e tariffe l’Italia sta a guardare”.

Intervista di Matteo Renzi per «Repubblica»
«Alle esequie del Papa, Giorgia Meloni ha perso un’occasione. L’incantesimo della premier che si racconta grande statista è venuto meno: lei purtroppo è semplicemente irrilevante». Matteo Renzi, seduto in piazza San Pietro nella fila degli ex primi ministri, assiste basito ai «ridicoli tentativi» di Palazzo Chigi di accreditare la leader del governo quale regista dell’incontro Trump-Zelensky.
Le versioni divergono senatore, lei ha capito com’è andata?
«Andiamo con ordine. Intanto diciamo cos’è stato il funerale di Francesco. Un bel momento di fede per chi crede, un magnifico evento di popolo anche per chi non crede e un trionfo diplomatico per la Santa Sede, che dimostra come Oltretevere siano sempre i più bravi sulla geopolitica. Certo, i credenti pensano che lo storico faccia a faccia sia merito dello Spirito Santo che soffia dove vuole, nel frattempo però accanto allo Spirito Santo un bravo monsignore si era incaricato di mettere due seggiole per far incontrare chi doveva incontrarsi».
E torniamo al ruolo di Meloni.
«Alla prova dei fatti il castello della sua narrazione le è crollato addosso. Aveva raccontato che avrebbe fatto incontrare Trump e von der Leyen e si è visto anche plasticamente che quei due non hanno bisogno di lei. Aveva detto che sarebbe stata il ponte fra Usa ed Europa pure sulla vicenda ucraina, ma nella foto a quattro prima del confronto Zelensky-Trump ci sono Starmer e Macron e la nostra premier no. Per non parlare dell’omelia del cardinal Re».
Cosa c’entra l’omelia adesso?
«All’inizio Meloni ha cercato di strumentalizzare il suo rapporto personale con Papa Francesco. Ma l’ipocrisia di questo tentativo si è infranta sul passaggio dell’omelia sui migranti in cui il cardinal Re ha citato come centrale il viaggio apostolico a Lampedusa e a Lesbo: non deve essere stato piacevole ascoltarlo per la madre dei centri migranti in Albania».
La propaganda non basta più?
«Abbiamo una premier abile nella comunicazione, ma che è peso piuma nella diplomazia: non tocca palla nelle cancellerie, anche se è brava nelle redazioni dei giornali». Il governo pensa che l’esclusione sia stata una manovra di Macron che avrebbe provato pure a infilarsi nel faccia a faccia. Lei ci crede?
«Questa è una barzelletta. Lei odia i francesi e quando non sa che cosa dire se la prende con Parigi. Era evidente che Trump e Zelensky dovessero parlarsi da soli, dopo la brutta scena nello Studio ovale. Ed è altrettanto evidente che chi si è speso per ammorbidire la posizione del presidente americano sono stati inglesi e francesi con l’operazione dei volenterosi a cui l’Italia ha scelto di non aderire. La politica estera non si fa con X o con i video su Instagram, ma con un lavoro costante e spesso sotterraneo».
A Meloni qualcuno ha attribuito la regia del faccia a faccia, grazie al legame con Trump. È plausibile?
«Trasecolo! Ma come si fa a dire una cosa del genere? È chiaramente una velina di Palazzo Chigi. Altro che regista, al massimo ha fatto la comparsa. Una certa stampa dipinge Giorgia come wonder woman perché lei fa credere questo: prima diceva che Trump non avrebbe messo i dazi e li ha messi; poi che sarebbe andata alla Casa bianca per convincerlo a sospendere i dazi e li aveva già sospesi; infine che avrebbe creato le condizioni per un summit Usa-Ue che si farà a prescindere da lei. È uno storytelling buono per i Tg e per la sua curva ultrà. Ma ora l’incantesimo si è rotto».
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