Renzi: «Per la pace servite lo spirito di Francesco»

Intervista di Matteo Renzi per «Avvenire» Senatore Matteo Renzi, sono passati otto giorni dalla morte di papa Francesco. Cosa l’ha più colpita di questo periodo, sul piano spirituale o emotivo?
Un guazzabuglio di emozioni. Ormai ho 50 anni e perla terza volta assisto, insieme a tutti gli altri fedeli, al mistero della Chiesa che rinnova la successione di Pietro – risponde il leader di Italia Viva -. La prima volta, giovane “Papa-boy’: aveva nel cuore Giovanni Paolo II e il suo magistero. La seconda volta le modalità inedite e storiche della rinuncia di Benedetto resero ancora più particolare il momento. Questa volta ci ha lasciato il primo Papa che ho conosciuto personalmente, che ha fisicamente benedetto la mia famiglia in più di una circostanza, che ha segnato la mia esperienza umana nel profondo. Dal punto di vista spirituale, stiamo veramente vivendo la Pasqua come passaggio. È doloroso, ma è anche bellissimo perché non riesco a immaginare papa Francesco se non nell’atto di sorridere Tutti sappiamo che aveva anche un bel carattere, ma la forza del sorriso, dell’ironia, del buonumore supera tutto e tutti.
E cosa cl rimane, anche sul piano storico, del pontificato di Bergogllo?
La storia non ha i tempi della cronaca. E noi viviamo ancora immersi in una dimensione istantanea, legata al presente. Verrà il tempo per giudicare i frutti della missionedi un uomo che è stato il primo papa gesuita, il primo papa sudamericano, il primo papa che si èvoluto chiamare come il santo di Assisi.
Da cattolico, di quale figura di Pontefice pensa che abbia bisogno ora la Chiesa?
Lo Spirito soffia dove vuole. E soprattutto i politici devono stare ben lontani da ogni valutazione. Chiunque sarà, avrà un compito delicato. E per questo sarà necessario che senta il sostegno e la preghiera di tutti. La Chiesa vive un momento di sfida impegnativo, ma anche quando il mare è grosso il Vangelo ci insegna a non aver paura, a prendere il largo. “Duc in altura’; spingiti al largo, barca di Pietro.
Dopo un Papa sudamericano, vede la Chiesa pronta ad aprirsi anche ad altri continenti?
La verità è che ci sono tante bellissime figure che entreranno in Conclave, provenienti da tutti i continenti. Mi ha colpito quello che mi ha scritto un amico: «Non vedo l’ora di voler bene anche al nuovo Papa». È un pensiero molto ingenuo, se vuole, ma suggestivo.
Alla commemorazione alla Camera lei ha sottolineato che di Francesco ogni parte politica vedesse solo la parte che più le premeva. Questo accade anche perché non c’è più un partito unificante della visione cattolica?
Anche per quello certo, ma il partito unico dei cattolici non c’è più e noi siamo chiamati a vivere la nostra vocazione politica in modo diverso. Dispiace vedere levane forme di strumentalizzazione: la sinistra esalta le posizioni sui migranti e dimentica quelle sull’aborto, la destra rilancia le tesi sulla famiglia tradizionale, ma dimentica l’attenzione al carcere o ai migranti. Ciascuno pensa di prendersi un pezzettino del Papa. E questo mi sembra molto ingiusto. Per questo ho cercato di riportare la discussione su un altro piano. Francesco non era il capo della sinistra sociale o della destra valoriale: Francesco era il Papa.
Ai funerali era vicino a Conte, leader M5s, ea Draghi vi siete parlati?
Certo. Come pure ci siamo scambiati il segno della pace. Ma nessuna discussione politica, come è ovvio.
Per Francesco il primo compito della politica era la pace. Dopo il colloquio Trump-Zelenskyj dentro la basilica, il quadro è mutato o no, ora che anche Putin ha annunciato una tregua unilaterale di tre giorni?
Qualcuno dice che è il primo “miracolo” di Francesco dal Paradiso. Preferirei dirlo a passo fatta, visto che ancora il cammino mi pare in salita. Però ho apprezzato che il Vaticano abbia lavorato in silenzio per agevolare l’incontro, anche concedendo la Basilica come luogo di dialogo. Ricordo ancora con emozione il lavoro fatto dal cardinale Zuppi per la pace russa-ucraina, il lavoro del cardinale Pizzaballa in Terra Santa o del cardinale Parolin per migliorare il rapporto con i cinesi. Spero che anche grazie alla saggezza della Madre Chiesa e allo spirito di Francesco qualcosa cambi e si arrivi a una pace giusta per Kiev, per laTerra Santa, per il Sudan e per tutti i teatri di guerra del mondo. “Beati gli operatori di Pace”, dice Gesù. Speriamo che i leader di oggi vogliano davvero essere battuti.
Dopo quasi cento giorni, che giudizio dà la presidenza Trump?
Un disastro soprattutto sotto il punto di vista economico. Cento giorni fa nessuno credeva possibile che l’America andasse in recessione nei 2025, oggi la maggioranza degli operatori vede questo scenario come il più probabile. I dazi fanno male alla credibilità dell’America nel mondo e fanno male al costo della vita degli americani. Bel problema: i sovranisti fanno male alla propria gente. Non solista in America.
La premier Meloni ha definito quella di sabato una «giornata storica». Lei non vede un contributo arrivato anche dall’azione del governo italiano agli ultimi avvenimenti?
No, purtroppo. La Meloni si accontenta delle “veline di Palazzo”, chi conosce la diplomazia sa che lei non ha toccato palla Hanno fatto più in tre giorni i “Fratelli reverendissimi” in Vaticano che in tre anni i “Fratellini d’Italia”: ma l’importante è il risultato.
L’Italia è stata finora cauta sulla coalizione dei “volenterosi”, che sembra ora aver ritrovato uno slancio. È il momento di fare una scelta più chiara?
Penso che la questione vera non sia la coalizione dei volenterosi, mala collocazione dell’Italia in Europa Con l’avvento di Merz la Germania assumerà la guida dell’Europa, con a fianco la Francia II terzo Paese è sempre stato l’Italia, oggi rischiamo di essere sostituiti dalla Polonia perché la nostra premier è incerta se stare con il sogno dell’Europa federale o lisciare il pelo a Trump. Da De Gasperi in poi la nostra collocazione atlantica non è mai stata contro l’Europa, ma per un’Europa più forte e, dunque, più credibile anche a Washington. Noi che abbiamo messo sulla tessera di Italia Viva proprio De Gasperi non possiamo che ribadire la stessa posizione, oggi.
Intanto la Germania per prima ha chiesto di attivare la clausola di salvaguardia Ue per aumentare le sue spese per gli armamenti.
Pensiamo che anche l’Italia faccia bene ad andare al 2% del Pil perla difesa, come ci eravamo impegnati a fare già noi nel 2014. Ma, come già facemmo, a ogni euro investito in sicurezza deve corrispondere un euro investito in cultura, sociale, istruzione.
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