JOBS ACT O NON JOBS ACT ? E I LAVORATORI MESSI SUL BINARIO MORTO.

Il JOBS ACT non ha abolito l’articolo 18 ed ha migliorato la legislazione sul lavoro, favorendo l’occupazione nonché introducendo nuove tutele… la CGIL e il PD hanno deviato l’attenzione dai veri problemi, come salari bassi e lavoro precario, sostenendo un referendum che, anche se approvato, non ripristinerebbe le vecchie norme ma genererebbe caos normativo…il fine dei populisti di destra, “illo tempore” con Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Forza Italia, insieme a parte della sinistra e scappati di casa che si opposero alla riforma, non era la tutela dei lavoratori, ma l’attacco politico a Matteo Renzi, sfruttando il dibattito sul jobs act per creare i loro utili idioti…
- MA: Ancora oggi ci sono degli imbecilli che continuano ad attribuire al Jobs Act la cancellazione dell’articolo 18.
Dico imbecilli perché non saprei come altro definire chi, dopo anni nei quali hanno avuto tutto il tempo di documentarsi, continuano a ripetere questa fandonia dandole il valore di una prova del tradimento dei lavoratori da parte di Matteo Renzi, la conferma della politica antipopolare del suo governo della quale il Jobs Act sarebbe il compendio.
Ricordare che l’articolo 18 fu cancellato dal governo Monti – Bersani – Berlusconi , quando Renzi non era neanche parlamentare, non fa gioco per nascondere i veri corresponsabili di una condizione dei lavoratori e del lavoro da medioevo industriale: sia la Cgil, che invece di combattere il precariato combatteva i precari che giudicava disallineati, sia una classe imprenditoriale decotta (occorre ricordare l’uscita della Fiat di Marchionne da Confindustria?).
Il Jobs Act, fortemente voluto non solo da Renzi ma dalla stragrande maggioranza del PD, ridava equilibrio alla legislazione del lavoro, emendata in modo frammentario e a volte contraddittorio negli anni precedenti, mantenendo la flessibilità che consentirà, ancora fino ad oggi, uno sviluppo occupazionale con milioni di nuovi assunti, la maggior parte dei quali a tempo indeterminato.
Al tempo stesso introdurrà alcuni nuovi diritti.
Le tutele crescenti, la prosecuzione del sostegno economico anche dopo la scadenza della cassa integrazione, l’estensione dei diritti anche ai dipendenti di aziende con meno di 15 lavoratori, la cancellazione di molte forme contrattuali ingannevoli, la proibizione delle dimissioni in bianco per le lavoratrici.
Certo, come sempre, non tutto era perfetto. Infatti, in seguito, ci sono state molte correzioni e integrazioni migliorative al testo originario.
Ma il punto fondamentale è che il Jobs Act ha funzionato e non ci sono stati gli effetti disastrosi previsti dalla Cgil.
Al contrario, anche per l’effetto della politica economica espansiva di Renzi (industria 2.0, decontribuzione, etc) gli occupati sono cominciati a crescere e, specie dopo la pausa pandemica, le norme del Jobs Act hanno aiutato il continuo aumento dell’occupazione.
Invece oggi, più che mai, il problema è quello dei bassi stipendi e del lavoro povero. Che non ha nulla a che vedere col Jobs Act ma sul quale, colpevolmente ancora una volta, la Cgil e il PD fanno solo prediche inutili e deviano la lotta dei lavoratori sul binario morto del Referendum contro il Jobs Act.
Il quale, ulteriore truffa politica ai danni dei lavoratori e dei militanti spensierati del PD e della sinistra di Crick & Crock, pure se vincesse il Si all’abrogazione, non ripristinerebbe l’art. 18 né, per quanto riguarda gli altri quesiti, la legislazione precedente. Legislazione antidiluviana ma, evidentemente, gradita ai conservatori della paleo sinistra.
Ci sarebbe solo un gran caos in mancanza di norme che favorirebbe la jungla del lavoro. Si pensi a cosa succederebbe se a questo si sommasse il colpo di coda della possibile recessione dagli Usa di Trump.
Ma stanti così le cose, perché la Cgil & C. hanno voluto questi referendum? La risposta è semplice, ma la rimando, per brevità, al prossimo post. Spoiler: rileggete le prime righe di questo post.(continua).
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